[…] Con tutto ciò a me conviene dissimulare e star cheto, perché in oggi il Signor Redi è l’arbitro di quella poca letteratura che è qua. Egli giudica d’ogni mestiere, pesa ogni talento, determina ogni controversia, e guai a chi muovesse un passo fuori della sua direzione, o procurasse di portarsi avanti, e di promuovere i suoi interessi senza la di lui dipendenza. […]

A Bellini, Redi stava sul gozzo. Probabilmente era una questione professionale, ma non è escluso che vi fossero questioni più profonde, personali quasi epidermiche. Il frammento che avete letto fa parte di una lettera delle tante che Bellini spediva a Malpighi (uno che era della stessa pasta di Bellini, pochi fronzoli e molta pratica) e continuava così:

Per questi riguardi a me conviene l’accomodarmi al suo genio per non rovinare le cose mie proprie; e per appagare la sua vanità, e vistosa ambizione di gloria, è bisognato che io mi accomodi a promettergli di stampar più presto che io posso qualche cosa, e dedicargliela, dove io potrò riconoscerlo per maestro della pratica, cosa alla quale egli è andato sempre a caccia fin dai primi anni degli studi miei. Veda Ella come il mondo gira, e se ci vuol flemma da vero”. […]

Niente di differente da quello che succede in molti ambienti accademici o lavorativi; è l’ira di un sottoposto nei confronti di chi è sopra di lui. Ma, badate; qui non parliamo di un impiegato del catasto e del suo capufficio, qui si parla dei più alti livelli della cultura accademica del tempo, roba di Magnifico Rettore del più grande Politecnico e Preside della stessa Università; più in alto, c’è poco altro.

E se lo sfogo può essere condiviso o meno in base al sentire di ognuno di noi, la reatà dei fatti era che Francesco Redi, nel 1678 era ancora il più importante gestore della cultura del Granducato e di tanta parte d’Italia: c’era lui e sopra di lui, il Granduca.

In ogni caso, la risposta di Malpighi è di quelle classiche risposte del tipo:”Lo so che è così, mio caro amico; ma che ci vuoi fare, la vita è questa roba qua: fai quello che devi, accada quelo che può.”

[…] mai mi sarei persuaso che il signor Redi letterato di tanto garbo, si fosse dilettato, come fanno gli svogliati e quei che non hanno buon gusto, dell’intingolo, e della salsa della vana gloria. Io credevo che la verità svelata fosse l’unico e saporito cibo delle anime grandi, e non quella nascosa vivanda di vedersi ad ogni passo lodato […] Ma de gustibus non est disputandum […] so che V. S. […] farà una violenza a sé stesso correndo con gli altri all’adorazione della statua.”